Le opere raccolte in Surf Your Self sono state presentate per la prima volta il 15 marzo 2008 a Milano, presso la Sala degli Affreschi di Palazzo Isimbardi durante il convegno sull'innovazione digitale "Innovation Forum" e il 30 maggio dello stesso anno presso l'Università degli Studi di Torino in occasione della lesson happening "Creatività come processo di rete" di Derrick de Kerckhove.

“Il re di un grande impero dello sterminato Oriente, si fece prendere un giorno dal desidero di possedere un ritratto della sua amata. La sconfinata gelosia di cui era vittima però, non gli consentiva nemmeno di pensare che questa potesse posare davanti ad un pittore. Decise allora che avrebbe descritto per filo e per segno la regina e che poi avrebbe inviato quel testo a tutti i pittori del regno. Certo, il re non ignorava che un ritratto non è solo l’immagine di un volto e, per questo, insieme alla descrizione più minuta di ogni centimetro di quel viso, si prolungò nel ricamare le virtù, i difetti, i desideri, i sogni e parte della storia della sua sposa. Poi, come promesso, inviò quello strano racconto in tutte le botteghe d’arte del suo smisurato regno. Pochi mesi dopo arrivavano a corte centinaia di ritratti. Non uno assomigliava all’altro, né per altro somigliava alla sposa del re; eppure tutti erano il ritratto della regina”.

L'opera Surf Your Self prosegue il lavoro iniziato ormai quindici anni or sono attorno al concetto di arte relazionale, un percorso che negli ultimi tempi ha trovato nuove strade di interazione con l'evoluzione dei personal computer e l'avvento del web 2.0; mutamenti che hanno reso più evidenti, palpabili e veicolabili alcuni elementi che sostanziano l'attuarsi di questa particolare modalità di "fare arte".

In questo senso, al di là del suggestivo titolo, mi piace decriptare l’opera Surf Your Self e i singoli elementi che la definiscono, prendendo a prestito la definizione di Gregory Bateson quando parla di "struttura che connette". Surf Your Self si può, infatti, definire: una struttura che connette formata da strutture che connettono.

L'impianto base è quello, antichissimo, del ritratto o dell'autoritratto o, meglio, direi: della rappresentazione del volto, da sempre tentativo estremo di combinare l'io interiore e quello fenomenico -non a caso Levinas identifica proprio nel volto la prima dimensione che l'Altro (in ogni sua forma) ci mostra, in quanto, anche nella più grande distanza di culture e opinioni, l'Altro è il suo volto. In prima istanza, dunque, la rappresentazione del volto connette l'io con la sua dimensione interiore.

In secondo luogo, è proprio tramite il volto che avviene la più elementare e indispensabile delle connessioni: quella che ci collega all'Altro. Il volto, difatti, esiste solo laddove si fa ricettore di uno sguardo: solo se lo guardo, a sua volta mi ri-guarda, cioè mi fa esistere a mia volta e, quindi, mi riguarda -fosse anche nella dualità narcisistica dello specchio. Parafrasando una pluricitata osservazione di Thomas Hora: “Per guardare se stesso, l’uomo ha bisogno di essere guardato dall’Altro. Per essere guardato dall’Altro, ha bisogno di guardare l’Altro”.

Nel volto, si sostanzia, insomma, agli altri e al mondo, insieme alla nostra nudità dignitosa, il bisogno di connettersi (porsi in relazione) all'Altro, presupposto dello stesso concetto di umanità.

Ma c'è qualcosa di più che fa della rappresentazione del volto una possibile metafora del discorso su quel luogo non-luogo che è internet.

Mi riferisco, al fatto che il volto, come ogni nodo della rete, non è mai un'evidenza; che il volto rimanda, come ogni nodo della rete, sempre a qualcosa che sta al di là del volto.

Il volto, come ogni nodo della rete, non si dà, infatti, con quella spontaneità che, spesso, gli si presume. Il volto è, anzi, l'immagine viva di un'intricata selva di informazioni che abbiamo attraversato e che ci hanno attraversato; ecco perché lo si può surfare come la rete, seguendo le onde dei segni (estetici, temporali, temporanei…) che lo marcano e lo superano, portandoci in quell'altrove che l'arte bene conosce e che, non a caso, ha spesso svelato proprio riproducendolo.

A questo concetto di volto come struttura che connette è oggi possibile aggiungere un'ulteriore esemplificazione estetica, dando visibilità almeno a buona parte di quegli altrove cui ogni rappresentazione del volto rimanda -e in questo si sostanzia, fondamentalmente, Surf Your Self.

Grazie alla rete e alle tecnologie abilitanti ad oggi disponibili, ho voluto quindi coinvolgere alcuni soggetti in un dispositivo di arte relazionale con la finalità di produrre -appunto- il loro ritratto; o forse è meglio dire: il loro ritratto/autoritratto, visto che è proprio nella relazione/interazione con i soggetti stessi e con le informazioni che questi, attraverso un specifico dispositivo, mettono a disposizione che può emergere, oltre al loro volto (of course), anche quel volto più nascosto fatto di quella sostanza emotiva, immaginale, mitobiografica che è, da sempre, parte sostanziale del ritratto e che si dà in quello spazio dell’immaginazione confinato nel triangolo: volto ritratto-sguardo dell’artista-sguardo del fruitore.

Oggi, grazie alle tecnologie informatiche, è possibile mostrare, mettere in mostra, il territorio immaginifico formato da questo triangolo, sotto una nuova e intrigante luminescenza.

Si tratta, per l’appunto, di un ritratto i-pertinente, termine coniato dal sociologo Derrick de Kerckhove (cui non a caso è dedicato uno dei ritratti) a significare la particolare proprietà dei motori di ricerca di ultima generazione di restituire, a fronte di una interrogazione (query), molteplici risposte che le pertengono a diversi livelli, sia di linguaggio (testi, immagini, video, brani musicali) che di contenuto; insomma qualsiasi cosa sia stata uplodata in rete e intrattenga una relazione con l’interrogazione immessa. Il web e l’enorme quantità di dati che contiene e che possono essere velocemente visualizzati, ha dato cioè la possibilità di esperire, in un sistema esterno al nostro cervello, legami di correlazione tra un oggetto e le sue possibili simiglianze in maniera non dissimile da come ci comportiamo nei nostri ragionamenti.

Allo stesso modo, utilizzando le possibilità della rete, ogni ritratto i-pertinente è in grado, a partire dal volto, di trascenderlo, penetrando, più di quanto non era fino qui possibile, in quella pluralità di suggestioni rizomatiche che il ritratto contiene e che, oggi, il fruitore può direttamente navigare, sfuggendo al classico confine della cornice.

Le modalità per realizzare un tale ritratto sono, ovviamente, molteplici, quel che conta è avere a disposizione, oltre al volto, tutta quell'altra serie di informazioni che di fatto lo hanno modellato: la storie, le emozioni, le suggestioni, le visioni, le credenze, le fantasie che lo sottendono e che prendono forma a volte in una ruga, in una smorfia, in un tic che disegna arabeschi che fatichiamo a decifrare ma che, in una parola, possiamo chiamare "vita".

Ho voluto percorrere i sentieri che esplicitano metaforicamente questa "vita" chiedendo ai partecipanti di surfare tra le onde della loro storia, abbandonandosi a quella particolare confusione mentale che prende il nome di libere associazioni; cercando, cioè, di riflettere il meno possibile, al fine di ammorbidire la tirannia del raziocinio e fare emergere quella materia immaginale che ci sostanzia nel profondo.

Ognuna di queste indicazioni, per così dire "supplettive" alle informazioni connaturate nel volto, è stata così trasformata in un url e codificata in un mobile-tag, come quello della figura qui affianco -si tratta di una specie di codice a barre che, attraverso un normalissimo telefono mobile dotato di camera fotografica  e  un  piccolo  software (volendo potete scaricarlo qui gratis), può essere decriptato.

Quando il fruitore fotografa il mobile-tag il software gli restituisce l'indirizzo web e il suo relativo contenuto, decifrando, portando in luce, per stare nella nostra metafora, le storie recondite che si celano dietro i segni di ogni volto e che si sostanziano nei quattro elementi naturali della rete: Testo, Immagine, Video, Suono -ovvero negli elementi che danno corpo al World Wide Web restituendo la Terra, l'Aria, l'Acqua e il Fuoco della nostra pseudorealtà.

Nascono così questi 5 ritratti i-pertinenti che, eludendo la corrispondenza con il volto cui più strettamente appartengono, costringono il fruitore ad uno sforzo ri-creativo, spingendolo, proprio come i pittori della favoletta cha dà abbrivio alla mostra, a surfare/immaginare laddove solitamente il ritratto più classico si fermava.

Così, a partire da quella necessaria relazione tra l’artista e il soggetto ritrattato, se ne vengono a costituire altre, tante altre quanti saranno coloro che tenteranno di restituire un’immagine a quel volto, surfando, allo stesso modo del soggetto ritratto, tra i nodi della rete per riempire quello spazio nero che ci separa e si unisce all’Altro.

Massimo Silvano Galli

Surf your Self

RITRATTI I-PERTINENTI di Massimo Silvano Galli
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